martedì, 23 ottobre 2007
Con un regime alimentare ormai totalmente schizofrenico ho concluso questo quarto giorno di festa. Dovevo andare a vedere qualcosa alle 11, ma mi sono svegliata alle 11:45 e poi ho dormito fino alle 15. Ben riposata da queste dieci ore di sonno mi posso approcciare ora, alle tre, a raccontarvi impressioni sui film.

Interessante riscontrare come ormai la dimensione sonora di un film sia un elemento fondamentale nella costruzione di alcune trame. Le ormai avanzate tecniche di registrazione acustica fanno meraviglie e molti autori di colonne sonore fanno ormai parte dei grandi musicisti contemporanei. A parte i monotoni due tasti di Sakamoto per Seta (di cui si è già detto male e non vorrei rincarare), un film di stasera era particolarmente incentrato sul rumore e sull'ascolto, una commedia, ben distante da precedenti thriller come La conversazione e Blow Out.

Ma prima partiamo dal peggio, lo liquidiamo in due frasi, così facciamo finta di essere nel mezzo di un vero reportage sulla festa. La musica è nell'aria è il tema portante della melassa a 3000 kalorie di disgusto di Agust Rush, inutile commedia romantica, dove lui, musicista rock inglese (il trionfo inespressivo di Jonathan Rhys Myers), incontra lei, violoncellista, si amano, ma poi si perdono, lei rimane incinta, ma il padre teme che il bambino le danneggi la carriera e lo dà via. Il piccolo ai limiti dell'autismo (Freddy Highmore sodomizzato da Johnny Depp in La fabbrica di cioccolato),  scappa dall'orfanotrofio per trovare mamma e papà, attraverso la sua musica. Il piccolo orecchio assoluto si imbatte in un mentore demente come Robin Williams, che sembra a Las Vegas con Johnny Depp, che sembra buono, poi forse è cattivo, ma alla fine no, insomma finisce alla più megafamosa accademia di NY (quella di Fame, ovviamente) e compone un'opera, che viene eseguita a Central Funckin' Park dove mamma e papà dopo 11 anni si reicontrano e trovano loro figlio. Melassa per decerebrati, con una musica pessima, soprattutto considerato che la grande sinfonia del piccolo prodigio sembra una transizione della colonna sonora del Signore degli anelli e le canzoncine pop di Johnathan sono composizioni che il fratello scemo degli Oasis faceva a 11 anni. Disgusto. Cosa ci fa un film così a un festival? Forse perchè la regia è della figlia di Jim Sheridan?

Questo era il pomeriggio di sabato, ma invece stasera non c'è stato bisogno della tramontana per impedirmi di uscire dalla sala. Ottima visione con Noise di Henry Bean, già sceneggiatore di The Believer, protagonista il sempre grande Tim Robbins. Lo stralunato Tim va in fissa per gli allarmi delle auto che scattano a vuoto, è perseguitato dai rumori di New York, sirene, citofoni, suonerie, camion, ma soprattutto gli allarmi delle auto lo fanno andare in bestia. Così finisce per ribelarsi e diventa un vendicatore, andando in giro a spaccare le auto con gli allarmi, per disattivarli, ma soprattutto per affermare  il potere di poter vivere in pace, senza essere aggredito dal rumore. Il film è arrichitto da un ottima colonna multisonora, dove i suoni cittadini da sfondo diventano protagonisti, anzi antagonisti della storia. L'insieme è brillante e decisamente divertente, condito con un doppio finale, un po' paraculo, ma gradevole. Grandi dialoghi e spazio per Tim di dar vita a un personaggio razionalmente folle, ossessionato, ma passionale e assolutamente da amare. Il film è quasi una divertente parodia realistica dei supereroi newyorkesi, con un cittadino che si impegno fino alla morte per il diritto alla quiete domestica, un difensore disperato dei diritti più evanescenti, completamente perso nella sua causa.
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categoria:noise, festa cinema roma, agust rush
lunedì, 22 ottobre 2007
Esco di casa alle 16:47 per lo spettacolo delle 17, arrivo alle 17:12 (dunque san giovanni - auditorium 25 minuti, di domenica) mi fiondo in sala a vedere Dr. Plonk, fantomatico film muto di ispirazione Wellesiana su un inventore ottocentesco di una macchina del tempo che lo fa viaggiare nel futuro, ovvero il nostro presente. Non era in vena di musichetta charleston e gag slapstick, unite a un presunto discorso fantapolitico. Sono uscita nel corso della proiezione. Prendo biglietti per domani (in attesa soprattutto di Peur(s) du Noir, animazione francese, con partecipazione di Mattotti, e poi un thriller francese nel mondo dell'arte e un americano impegnato sulla guerra al terrorismo).
Il vento sta diventando un problema, seriously. La folla domenicale si accalca nei pressi dei muri in cerca di riparo, ora si che è veramente la sagra der cinema. Bambini discepoli metropolitani di Alice sono dappertutto con compiaciuti e un po' snobbanti genitori, anche se un paio di sciure sono stat tre ore allo stand della L'Oreal per prenotarsi il trucco (ci sono stata anche io ovviamente, trenta secondi: si prenota solo su internet...tu sei lì al festival con la tramontana tutto il giorno e i finisci di vedere il terzo film alle 20 e ne hai ancora due più il party, o uno più il party, o due senza party, e se non ti puoi fare il trucco allo stand della L'Oreal come minimo decidi di andare ad abbiocarti a csa, e invece no, ho i trucchi nella borsa e i bagni dell'auditorium hanno un'ottima illuminazione). Mi rifugio in libreria, folla, penso sempre di comprare un paio di cofanetti di serie tv, per fortuna desisto pensando che ho già pagato 50 euro di accredito, penso di comprare un libro di Silverberg, ma ho già almeno tre libri che sto leggendo, e Silverberg l'ho già letto e ne devo ancora scrivere sul blog, dunque desisto, per fortuna, nuovamente. Volevo la cioccolata calda che di solito ce l'hanno buona, ma la postazione cioccolata è stata rimpiazzata da una di sushi (????!!!!! ma ci sono sei gradi, cazzo! come minimo ci voleva un centro transfusionale di Vov!).
Cappucino e coda per l'anticipata stampa - che è un po' come l'espresso regionale o il diretto notturno - del film di Sidney Lumet: Before the devil knows you 're dead, che sarebbe a dire qualcosa del tipo "goditi il paradiso quando ci arrivi priva che il divolo sappia che sei morto". Robe da maschi, così come la storia intreccio di fratelli e padre, con madre fatta fuori a scena tre, moglie troia e figlia ancora una speranza ma già stronzetta. Philip Seymour Hoffman, sposato con la troia, convince il fratello Ethan Hawke a derubare la gioielleria dei genitori. Ethan non c'ha un soldo per gli alimenti alla ex e la figlia, Philip vuole scappare a scopare con la moglie a Rio de Janeiro, l'unico posto in cui hanno potuto finalmente scopare felici. Con queste ale motivazioni però il debole Ethan (che c'ha pure una sorella, stronza pure lei) fa un casino, assolda un tipo, che si fa sparare dalla vecchia mamma e le spara a sua volta prima di crepare. la nonnina muore, i fratelli cercano di nascondere la verità, nessun detective geniale come Wyms a risolvere la faccenda, il padre - grande Albert Finney - è incazzato nero e cerca la verità. Non scrivo come va a finire perchè magari qualcuno se lo vuole vedere e riesce ad annoiarsi abbastanza da aver voglia di vedere come va a finire. Lumet ha più di ottanta anni, mettiamola così forse non ha più molta necessità di raccontare una storia, ecco questo film medio americano è assolutamente non necessario.
Andiamo oltre l'orizzonte del bene e del male, verso abissi di nullità, con il film successivo: Seta, un accumulo vacuo di immagini pompose e satinate, sul vuoto blu dello sguardo di Michael Pitt, su pelli d'alabastro giapponese, tra vapori orientaleggianti di noia assoluta. Per tutta la proiezione ho pregato il sonno, ho sperato nel raggio verde di Kang l'ET dei Simpson per essere abdutta dalla sala. A parte il momento ridicolo della diretta del tappeto rosso in sala, con tanto di audio e discussione tra la presentatrice bionda di Raisat e qualcun altro sulle feste della nottata, mi ha colto un'ilarità ingiustificata nel corso del film, seguita da una seconda, ben più motivata, all'apparizione del co-produttore del film Domenico Procacci nei panni di un ufficiale occidentale (divisa bianca di sapore austrungarico scelta dal costumista italiano Carlo Poggioli), col suo capello ottocentescamente impomatato, mentre firma un accordo con i giapponesi - non sarà mica stato costretto a questo cammeo per dare prova filmata di aver firmato le buste paga?
Per fortuna la nottata si è conclusa piacevolmente con chiacchiere al RED bar dell'auditorium tra noi del  precariato cinematografico, fautori troppo invisibili della festa. Ma le vere feste ancora latitano...
Buonanotte e buonafortuna
domenica, 21 ottobre 2007
Festa, festival, party, ma finalmente la sagra dei cinematografari romani è iniziata e ormai siamo quasi al giro di boa del primo weekend che prevede stasera la prima del polpettone orientalista Seta seguito da festicciola su ritmi Fandango (Baricco - Procacci - veronesi - se vogliono tutti bene) da cui vediamo cosa potrò raccontarvi.
Ma arriviamo al già visto e vissuto. Mentre una gelida tramontana si abbatte implacabile sulla città eterna, nella landa desolata dell'auditorium (ma con tutti 'sti sponsor un tabacchi lo potevano mettere, ti puoi far truccare e parruccare dalla L'Oreal ma per una sigaretta devi fare kilometri) ci avventuriamo fra le vale sale dell'auditorium, struttura che quest'anno mi sembra subire la pressione di pubblico, fan e addetti ai lavori meglio, ci sono code solo alla biglietteria e fin'ora non eccessive, anche se di base c'è l'assurda pratica del ritiro dei biglietti obbligatorio per tutti accreditati e non, ma poi alla fine se entra un po' dappertutto. L'allestimento della passerella degli sponsor non è un granchè, con un esagerato affollamento di hostess e promoter, che sembrano gentili, ma in realtà ti lancerebbero addosso la coca light per avere un minuto e un biglietto per vedere Jonatan Rhys Meyers, attenzione se vi trovate sole nei bagni con una hostess... nascondete il vostro pass e fate finta di essere lì solo per fotografare la passerella.

Ma veniamo al succo: films. Ho scelto di aprire la mia esperienza festaiola con un film di un altro festival, sostenuto da incontro con un uomo che dà l'impressione di non aver bisogno di dire ogni cinque secondi che ama il cinema (eh, Walterino?) perchè tanto si vede da quello che fa, dirigendo da molti anni il più importante festival del mondo: sto parlando naturalmente di Gilles Jacob, che presenta il film collettivo realizzato per l'anniversario di Cannes Chacun son cinema, dove più di trenta registi hanno omaggiato con un corto di tre minuti la visione cinematografica. Sale di proiezione sparse in tutto il mondo, ricordi nostalgici di film da bambini, sale disertatare dagli spettatori odierni, trasformate in garage, bingo, Moretti che non sa come dire a suo figlio che i film che fa lui non sono proprio come Matrix Reloaded, Gitai racconta un bombardamento su una sala, Wenders mostra i video-cine-club africani, Gus Van Sant si concede una clip super-omo con un primo bacio dentro lo schermo, diverse sono le riflessioni su spettatori ciechi o diventati tali, Anghelopulos fa reicontrare in un momento un po' troppo verboso Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni, I cohen condividono la stessa sala del corto di Cimini (L'Aero), ma sanno costruire un'irresistibile schizzo di delirio suburbano con il cowboy innamorato del bigliettaio cinefilo, anche Von Trier si diverte a massacrare (a colpidi...?tipo accetta) durante la prima di Manderlay uno spettatore fastidioso. Insomma una panoramica piacevole, una bella dichiarazione d'amore al cinema, un grande progetto perfetto per festeggiare il cinema, di quelle idee che in Italia non abbiamo, una fotografia dei migliori registi del mondo, in cui c'è una sola (UNA SOLA) donna: Jane Campion, che ci regala una surreale ape verde, che danza sul palcoscenico e viene crudelmente schacciata da un maschio zoticone.

La contrapposizione maschile- femminile è anche la base di Caotica Ana, film spagnolo firmato da Julio Medem, già autore di Lucia y el Sexo. Il film prende ispirazione dalla sorella del regista, autrice dei dipinti naives che nella storia sono quelli della protagonista Ana, ragazza un po' selvaggia, cresciuta in un'isola delle Baleari a contatto con natura e regole arcaiche, cresciuta da un padre affettuoso, prototipo del maschio tutto d'un pezzo. Ana studia arte in uno squatter di Madrid, sostenuto dalla mecenate algida Charlotte Rampling , qui incontra Said (?) un affascinante berbero di cui si innamora. Ana scopre di avere qualcosa dentro di sé: ricordi di vite passate, o piuttosto di morti passate. La ragazza viene sottoposta all'ipnosi di un inutile tipino inglese che le tira fuori memorie di varie donne: da un'araba morta nel deserto divorata dagli uccelli, a una francese partita per scalare il K2 per dimenticare il suo amore e morta congelata, fino alla donna primordiale, selvaggia, un'indiana nativa americana, uccisa dal suo uomo, che la vuole spodestare. Il film segue il conto alla rovescia dell'ipnosi nel presentare le diverse fasi del viaggio dentro se stessa di Ana, peccato che alla fine la protagonista rimanga sola a New York, con un agghiacciante taglio di capelli, costretta a mostrare tutta la sua forza rivoluzionaria cagando in faccia a un politico americano. Come dire: un finale un po' del cazzo? Il film rimane in bilico tra toni che mal si conciliano fra di loro, pretendendo di essere visionario e realistico al tempo stesso, addentrandosi in una vicenda spirituale che viene resa in modo semplicistico e costruendo un cast di comprimari troppo funzionale (seppure spicca l'amica di Ana, una nuova Carmen Maura) e risultando alla fine veramente un po' troppo meccanico. Anche se apprezzo la scelta dell'argomento antropologico sull'essenza del femminile, sul significato di vita-morte, sulla contrapposizione tra regole matriarcali e patriarcali, e riconosco al film una capacità di creare diversi momenti suggestivi (purtroppo seguiti da altri quasi ridicoli). Il pubblico maschile l'ha detestato, quello femminile ci sta pensando, magari se Medem metteva dei quadri un po' meglio di quelli di sua sorella era più carino.

Poco tempo e devo correre a vedere Dr. Plonk film muto dell'australiano De Heer e speriamo che riesco a entrare a vedere il film di Lumet. Aggiornamenti coming soon
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categoria:festa cinema roma, chacun son cinema, caotica ana
lunedì, 15 ottobre 2007
Resoconto di una lezione tenuta da Derrick De Kerchove alla liberria Bibli di Roma

Venerdì, 28 settembre 2007
Libreria Bibli, Roma

La rete internet è la manifestazione di un’intelligenza connettiva. Rappresenta una forma di alterizzazione dell’immaginario, una costruzione di immaginario al di fuori della nostra testa. Una rete immaginaria costruita sulla condivisione e manipolazione fatta dagli utenti.
internet
Vi è una nuova dimensione sociale dell’uomo, basata sull’interazione con gli schermi. L’uomo, cittadino del web, si rapporta con gli schermi. Lo schermo diventa uno specchio, che contiene tutta la storia della comunicazione.
La biblioteca immaginaria della rete, labirinto infinito di immagini, di messaggi, si manifesta come una Biblioteca di Babele, illimitata e periodica. Dove un elemento non ha un solo posto specifico, non vi è un unico ordine specifico. Per questo abbondano le catalogazioni, gli elenchi, le archiviazioni, che alimentano l’attività della ricerca.
Search su internet è l’attività chiave, che funziona secondo un nuovo modello cognitivo. In Brainframes De Kerchove ha delineato una nuova forma di coscienza, che, invece che strutturata secondo i canoni della combinazione alfabetica, si costituisce sull’interazione con lo schermo, che diventa una cornice dell’io. L’interfaccia diventa il luogo principe di scambio di informazioni, dimensione di inclusione dell’esterno all’interno e di estroflessione dell’io nello spazio. Lo spazio interattivo non è neutro, è denso di cose, è tattile e flessibile. De Kerchove fa riferimento al concetto di aura e aureola, per spiegare questo spazio di comunicazione. Se un cane, che utilizza molto i suoi sensi connettivi come l’olfatto e l’udito, dovesse dipingere l’immagine del padrone, lo disegnerebbe con l’aureola. L’aureola dei santi è la spiegazione del loro statuto di interconnessione con Dio, con il sapere assoluto. 
“L’adozione di un punto di vista prospettico non poteva che rimuovere l’Io dalla scena”, scrive De Kerchove in Brainframes, il punto di vista marca una distanza da cui guardare il mondo. Ma nel mondo invaso dalla sua stessa immagine, moltiplicata in una moltitudine di pixel, un mondo geneticamente codificato di visioni, il punto di vista cessa di avere senso e diventa cruciale il punto di essere
È un mondo dove ci si muove secondo una nuova capacità intuitiva, guidata dalle associazioni mentali. La logica del TAG. I tags sono le etichette associate a un ente virtuale, presente su internet. Un’immagine, uno scritto, una pagina web, un video o un file audio, viene tutto etichettato per essere associato a delle chiavi di ricerca. Una rete di segnali per guidare la ricerca intuitiva degli utenti.
La rete si basa sull’interconnessione, i siti di maggiore successo sulla rete sono quelli che hanno fatto fruttare l’idea di condivisione, di costruzione di uno spazio interattivo da parte degli stessi utenti. Wikipedia, Youtube, Second Life (la finzione connettiva), sono luoghi dove la persona si situa secondo un nuovo punto di essere. Sono nuovi percorsi di esistenza, dove l’uomo nuovo, se si vuole post-uomo, vive una nuova coscienza. Un matrice immaginaria, che diventa uno spazio dove essere, lavorare, studiare, incontrare persone, condividere il proprio io in una rete mondiale. “L’uomo velocità dell’era dei computer è dovunque al centro delle cose. […] mentre tutto intorno a lui si velocizza, l’uomo velocità può permettersi di rallentare. Trovandosi al centro delle cose, uomini e donne velocità non hanno bisogno di muoversi. La loro velocità è l’accesso istantaneo alle cose e alle informazioni” (Brainframes, p. 119).
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categoria:internet, de kerchove